Au Backe

5 marzo 2010

E così stamane è giunto il momento di andare a trovare il dottor Jaska, della corporazione dei cerusici.

Mi accoglie con un lungo discorsetto preliminare su quello che mi sta per fare lui e quello che dovrò fare io nei prossimi giorni, durante la convalescenza. Poi mi guarda interrogativo.

Ha domande?, domanda.

Non mi pare, rispondo.

Ride pregustando la battutona che sta per fare e mi chiede garrulo: Vuole sentire male?

Grazie volentieri, rispondo plumbeo.

Segue una pausa in cui ci guardiamo come chi non è sicuro del senso dell’umorismo dell’altro.

Poi rifletto che in fondo è un cerusico tedesco, ed è sempre meglio andarci con i piedi di piombo.

Ehm, stavo scherzando. No, grazie, non voglio sentire dolore. Anzi, guardi, per sicurezza ripeto: No – Non – Voglio – Sentire – Dolore.

Lui mi chiede se sono italiano e parte con una filippica su qualcosa circa al dolore che ha letto nel Nome della rosa di Eco. Poi scantona sul cattolicesimo e l’Inquisizione spagnola. Per un attimo considero di alzarmi e andarmene. Gli chiedo se è protestante.

Sì.

Allora okay. Ah, e nel caso se lo fosse scordato, ho detto che non voglio sentire dolore. Grazie.

Prego. Non ne sentirà. Non adesso, intendo.

Silenzio.

Scusi, in che senso, “non adesso”? Cioè, dopo ne sentirò?

Beh, dopo sì.

Molto?

Probabile. Ma non si preoccupi: le darò una brochure in cui è scritto che cosa fare.

Ah, be’, dico profondamente rassicurato.

A un tratto, a metà operazione si rivolge all’infermiera con un tono di noncurante allarme, e le chiede di aspirare tutto quel sangue. Io ho la faccia coperta da un telo verde che ha un buco solo in corrispondenza della bocca. Il cerusico dice all’infermiera qualcosa tipo …e se schiaccio qui ne esce ancora di più, komischerweise. Io non capisco che cosa ci sia di comico, ma con la lingua paralizzata e la bocca piena delle dita di due persone e qualche strumento cerusico che sbatacchia in giro contro una serie di denti non anestetizzati, non potrei obiettare nemmeno se volessi.

Finita l’estrazione di due denti del giudizio, il cerusico mi riaccompagna al piano superiore (è uno studio molto grande e molto pretenzioso, una specie di centro corporativo di cerusici gay, parrebbe). Ha la faccia piuttosto seria. Mi dice di chiamare – anche nel fine settimana – se dovesse venirmi un’emorragia che non si ferma. Ah, e che non posso mangiare niente di solido o di caldo o di contenente caffeina o aspirina per i prossimi tre giorni. (Mangiare qualcosa contenente aspirina?) E devo tenere sempre raffreddata la guancia con del ghiaccio. Ed è meglio se prendo un antidolorifico prima che inizi a diminuire l’effetto dell’anestesia. E prenderne un’altro dopo quattro ore. Per i prossimi tre giorni. Ma comunque c’è tutto scritto nella brochure, dice.

Mi fa dare una “batteria di freddo” dalla tizia all’accettazione, mi stringe la mano e se ne torna da basso. La batteria di freddo è una tasca di gel refrigerato che devo tenermi premuta sulla faccia durante il tragitto fino a casa.

Nei dieci minuti successivi mi rivolgono la parola tre persone. La prima è un ragazzo che esce dall’ascensore mentre io ci sto salendo.

Mi guarda, sussulta, sgrana gli occhi e dice: Auwaja! Gute Besserung! Che più o meno vorrebbe dire: Cazzochemale! Buona guarigione. So che in italiano buona guarigione non si dice, ma qui sì.

La seconda persona che mi rivolge la parola è una ragazza che in Adenauerplatz indossa una giacca a vento con scritto sopra in grande Amnesty International davanti a un banchetto munito di ombrellone con scritto sopra in grande Amnesty International. Io guardo in basso con la mia mano sulla guancia e la mia batteria di freddo tra mano e guancia. Ma lei mi punta dritto incontro e non mi lascia scampo. Sono costretto ad alzare lo sguardo, e sto per abbozzare un sorriso e bofonchiare qualcosa (non so come, dal momento che mi sento la lingua gonfia e pelosa come un kiwi, e probabilmente riesco ad articolarla quanto un kiwi gonfio e peloso nella bocca).  Ma poi la ragazza sussulta, sgrana gli occhi e dice: Auwaja. Gute Besserung, der Herr.

Der Herr? Devo avere un aspetto davvero pietoso.

La terza persona che mi rivolge la parola è la farmacista da cui compro l’ibuprofene. Piccola digressione. In farmacia c’erano sette o otto persone. Tutte russe. Tutte e otto. Non solo: perfino una delle farmaciste era russa. O almeno, parlava benissimo russo. Credo che quel che dicono i berlinesi a proposito di Charlottenburg, che cioè ormai ci stanno solo russi, non sia una battuta di spirito. Comunque, quando tocca a me la farmacista sussulta, sgrana gli occhi e mi dice: Oh, è appena stato dal dentista, eh?

Poi mi porge il mio ibuprofene, e prima che io possa biascicare un grazie mi chiede se voglio un bicchier d’acqua.

Scusi?

Non vuole prenderne uno subito?, mi chiede preoccupata.

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5 Risposte to “Au Backe”

  1. stefano Says:

    Mi sento svenire solo a leggerle, ‘ste cose, figurarsi a viverle…

  2. suibhne Says:

    che iddio benedica l’ibuprofene…

  3. lasté Says:

    i dottori crucchi sono propensi a parlare di cose che non hanno niente a che vedere con la medicina. il mio ginecologo viennese mi aveva interrogato su guelfi, ghibellini e dante.

    auwaja, gute besserung auch von mir!

  4. timpa Says:

    Com’è che si dice? Buona guarigione!
    (Dai tedeschi, c’è sempre da imparare.)

  5. Der Pilger Says:

    mettici della senape, magari aiuta.
    ah si’ certo, Gute Besserung.


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